Associazione Culturale “DIOTIMA – L’Alt(r)o Teatro”

presenta

“MANFRED”

di
GEORGE GORDON BYRON
Adattamento e regia
di GIOVANNI GALLO

In ambito europeo Manfred è sicuramente, di Lord Byron, l’opera  più letta ed apprezzata. Quest’opera, rappresentazione disperata del Romanticismo inglese, personifica, in modo eccellente, la figura del fatal hero.
Manfred è eroe d’origine faustiana – mezzo scienziato, mezzo mago – divorato da un senso di colpa tale da togliere il respiro a qualsiasi altro pensiero. La causa scatenante del suo tormento non è tanto l’incesto con la sorella Astarte, quanto l’averle spezzato il cuore e l’averle distrutto la vita in mille frammenti che rispecchiano, impietosamente, la sua indicibile colpa. Ossessionato da questioni filosofiche, alla ricerca di una formula che gli dia l’oblio per dimenticare tutto il male causato all’unica persona che lui abbia mai amato, egli gravita in una sfera d’azione densa di mitologia e simbolismo.
Il poema si apre con l’eroe che rimugina sulla sua vita  e parla a sé stesso, facendo riferimento ad un compito da portare a termine.  Egli parla del sonno in termini tristi: esso non da pace né riposo ma, anzi, è “un flusso perpetuo di pensiero, al quale è impossibile resistere”. Prosegue mettendo in luce le zone d’ombra del suo carattere, quelle a causa delle quali, pur egli avendo le stesse forme e lo stesso aspetto di qualsiasi essere umano, a lui la gioia è negata, perché  “la sofferenza è conoscenza”. Per di più egli detiene la “verità fatale”, per cui:  “l’albero della conoscenza non è quello della vita”.  Manfred, così, appare, fin da subito, come un personaggio tormentato e malinconico, il cui dolore è così forte che ha perso la paura nei confronti di ogni cosa. Se ha studiato la scienza e la filosofia – le armi migliori per non temere nulla ed anzi, ottenere quella saggezza dagli umani tanto ambita -, queste non l’aiutano a colmare il vuoto che dilaga nel suo cuore. L’unica cosa che gli resta da fare è riesumare le divinità dell’universo e, per questo, le invita al suo cospetto. Gli chiedono cosa desideri e lui risponde: l’oblio… di tutto ciò che in lui risiede, di quel peso che porta con sé e che non potrà mai alleggerire, per aver amato una donna a tal punto da distruggerla. Le divinità gli rispondono che l’oblio proprio non possono darglielo e gli offrono qualsiasi altra cosa; ma Manfred le sfida, nella sua richiesta risponde che non desidera altro che quello, senza mai piegarsi nei toni. ”L’uomo è in grado di danneggiare sè stesso, senza aver bisogno di far ricorso all’aiuto del Male”.
Ed è proprio la forza e l’indifferenza con cui Manfred affronta le forze trascendentali che lo circondano, a renderlo affascinante e al tempo stesso inquietante. Con provocante sdegno egli resiste alle tentazioni e agli insulti di streghe, demoni e divinità; allo stesso modo rifiuta l’aiuto dell’abate che cerca di redimerlo dalla perdizione interiore.  Il dramma consiste  in una serie di tentativi falliti di procacciarsi l’oblio, a causa dei quali l’eroe esaspera ogni suo gesto, fino a giungere all’atto finale.  Byron metteva in scena, come se fosse su un palcoscenico, i propri sogni e desideri più nascosti. Non possiamo, per esempio, dimenticare il dolore che dilaniava Byron per aver reso la vita della sua amante Augusta un incubo: così come si erano follemente amati, con altrettanta intensa spietatezza lui l’aveva abbandonata, costringendola a lasciare la loro casa, appena poco tempo dopo che lei aveva partorito la loro figlia. Il comportamento di Lord Byron era inoltre apparso così drastico ed estremo da portare molti a pensare che fosse matto o addirittura malato, e questo gli rendeva sempre più una cattiva fama.  Così, se Manfred incarna in modo sublime gli aspetti più oscuri del suo creatore, Astarte – l’eroina del poema – diventa un ulteriore espediente narrativo. Con ogni probabilità rappresenta Augusta, sorellastra ed amante dello scrittore, in un incrocio frenetico tra il piano della realtà e quella dell’invenzione. Su Astarte e Manfred, Byron scarica tutto il suo bisogno di sensazioni forti, allo stato brado, la sua forza quasi masochistica ed autolesionista, impaziente, di “cancellare le macchie” di un passato troppo vergognoso e rovinoso per poter stagnare nelle celle asfittiche della mente. Tutto il resto del poema è poesia pura, intrisa di emozioni laceranti e di squarci di cielo. Figure benigne e maligne si avvicendano attorno all’eroe, lo tirano al di qua del burrone verso cui lui vuol lasciarsi andare e poi vi rinunciano, poiché egli è troppo forte e deciso a seguire i suoi passi. Le parole si snodano, una dopo l’altra, come intreccio di suono e di colori, senza mai giungere alla fine, aprendo il varco a congetture su quello che sarà l’epilogo del poema e coinvolgendo  lo spettatore nella trama di odori, misti a pensieri, che attanaglia la figura di Manfred strozzandogli la vita.Ovviamente non aggiungeremo altro, perché significherebbe rovinare  un ascolto appassionante, che va gustato in ogni suo dettaglio ed esplorato in tutti gli angoli nascosti. Ma quello che possiamo fare è consigliare vivamente  la visione  di questo che è un capolavoro della letteratura gotica, con pochi altri che lo superano in bellezza.

Gianni Gallo

INTERPRETI
Giovanni Gallo
Annie Pempinello
Saverio Gallo

SCENOGRAFIA
Giuseppe Zarbo

PIANOFORTE
Fabio Tommasone

MUSICHE
Donato Cutolo

LUCI ED EFFETTI SONORI
Salvatore Lerro

COSTUMI
Sartoria “Mani di Fate” Caserta

REGIA
Giovanni Gallo

ULTIMI SPETTACOLI:
Teatro Comunale di Caserta – Aprile 2007
Teatro di Corte della Reggia di Caserta – Maggio del 2007

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Sito curato da Susanna Canessa

 

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